Luglio 2018. Spoleto. Festival of Two Worlds. Jewels as Sculptures / Sculptures as Jewels.
- 15 dic 2025
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Aggiornamento: 10 feb

Giorgio Facchini, amico di lunga data della città umbra, varca l’imponente soglia di Palazzo Collicola Arti Visive. Il maestoso edificio settecentesco fa da contrappunto ai gioielli che l’artista marchigiano, fin dagli anni Sessanta, ha creato con un approccio scultoreo e un gusto da designer.
La qualità della sua esecuzione, il suo tema visionario e la sua forza espressiva conferiscono un significato profondo al suo dialogo tra l’oro e l’arte del Novecento, lungo un percorso visivo che assimila e ricodifica l’Informale di Burri, i Futuristi e i Surrealisti europei, lo Spazialismo di Fontana, il dinamismo dell’arte Cinetica e la tensione plastica del Costruttivismo russo.
Le opere esposte dialogano con alcuni lavori della Collezione Carandente, creando connessioni virtuose tra l’approccio scultoreo del gioiello e il significato metafisico delle opere museali. Il risultato è un progetto unico per approccio e indagine, concepito all’interno di un contesto istituzionale: una splendida anomalia che racconta il gioiello nel suo originario romanzo scultoreo.
Concependo la scultura come un viaggio dal micro al macro, in cui la dimensione non è importante ma lo sono l’equilibrio, l’armonia spaziale e la tensione complessa. I gioielli di Facchini nascono da un processo progettuale che richiama i passaggi modulari dello scultore, quando questi ingrandisce i disegni e ne trae visioni perturbanti e metafisiche, incurante delle tendenze.
Rispetto all’arte orafa, si tratta di un processo inverso, in cui il progetto è modellato dalla misura astratta del volume concreto, in cui la geometria integra le avanguardie artistiche e spazi di rottura, in cui l’arte diventa grammatica e non più citazione.
La grandezza dimensionale si trasforma in concentrazione spirituale: uno spazio centrifugo dalle prospettive aperte, un nucleo di tensioni plastiche in equilibrio dinamico. Il gioiello conserva la sua natura indossabile, ma vi si aggiunge qualcosa: una seconda vita dell’oggetto, museale ed esplosiva, in un dialogo gioioso con gli schizzi scultorei di Fausto Melotti, Arnaldo Pomodoro, Pietro Consagra e Leoncillo Leonardi.
Giorgio Facchini nasce orafo, ma cresce con l’idea che il gioiello possa liberare l’essenza della scultura. Ha sempre ragionato con la mentalità artigiana di uno sguardo interiore, del pensiero teorico e di un legame con i movimenti d’avanguardia. Non ha mai rinnegato le proprie origini; anzi, nell’oreficeria ha colto la presenza vertiginosa del feticcio plastico, della piccola forma che accoglie e racchiude lo spazio espanso.
Il corpo femminile rimane un luogo privilegiato, la geografia biologica che esalta la natura del gioiello; ma qui la silhouette non ne completa gli esiti. Il corpo appartiene a quello spazio espanso, a un contesto che fa vibrare il gioiello tra ambienti, atmosfere e connessioni energetiche.
Fin dall’inizio, lo spazio prescelto è stato la magnifica collezione di Palazzo Collicola Arti Visive. Le vetrine sono così diventate un’ulteriore mappa di connessione, una sintesi di nuovi dialoghi rigenerativi tra i gioielli di Facchini, quelli di altri scultori — con opere di Arman, Pol Bury, Lucio Fontana, Roy Lichtenstein, Pablo Picasso e Arnaldo Pomodoro — e le opere più significative della collezione raccolta da Giovanni Carandente.
«Il punto di partenza del suo stile è il richiamo a una qualche forma primordiale o simbolica, l’allontanarsi dalla geometria ma per attivarla, secondo un’intenzione più intima e nascosta. E sempre, va detto, con un gusto altamente selettivo per il materiale, un’invenzione, una sperimentazione che hanno poco a che fare con la nostra oreficeria tradizionale. Da qui il suo costante interesse per la scultura e la sua capacità di applicare al gioiello il tema spaziale della scultura, con un’intensità, una chiarezza e una fermezza di struttura che sfidano la meticolosità dell’esecuzione, per quanto ricca e ammirevole.»Vittorio Rubiu

